IX EDITORIALE

ON THE ROAD

Da quando l’uomo ha iniziato a camminare sulla terra è sempre stato mosso dalla curiosità di scoprire cosa fosse celato ai suoi occhi oltre l’orizzonte, una volontà atavica che l’ha spinto a superare confini fisici, geografici e antropologici, accrescendo di pari passo la propria conoscenza con quell’irrefrenabile fame d’avventura.
È così che nei secoli ha scoperto terre e varcato frontiere, divenendo parte integrante della storia di quei luoghi.
Dal Medioevo in poi lo spazio del viaggio, inteso come itinerario più o meno prestabilito se non più sovente lasciato al sentore del momento, diviene teatro di racconti e avventure, di cui si sente la necessità di acquisire traccia, memoria di ciò che si è veduto lungo il percorso.
Nasce così una nuova idea di viaggio, affidata alla ricerca audace di saperi e formazione, unita ad un’indomabile piacere per l’evasione ed il puro divertimento. Il viaggio come sfida all’ignoto prende corpo nella sua massima espressione sul finire del XVI sec. nel “Viaggio in Italia” o “Grand Tour”.
Coinvolgimento fisico ed emotivo che trova libero sfogo in itinerari che partendo dal “sogno dell’Italia” passano attraverso il paesaggio e la riscoperta dell’antico.
Inseguendo quel sogno di “museo a cielo aperto” Scene Mediterranee vuole ripercorrere quello che oggi è il piacere di scoprire tracce di grandi civiltà, catturando e ricucendo le trame di straordinari paesaggi italiani, orizzonti che soli permettono di entrare in contatto con la sincera autenticità dei luoghi, nella convinzione che l’identità di un paese non esiste senza storia che a sua voltà non esiste senza geografia.

VIII EDITORIALE

PANTA REI

Ho aspettato trentadue anni per amare il mare. Ho atteso con calma, felice di stare altrove. Quando l’ho vista per la prima volta ne ho studiato i confini, il moto ondoso, il sapore inatteso dell’aria. Ma l’odore di Pantelleria che mi ha squarciato il cuore è quello di pipa. Mesi dopo l’incendio che ha bruciato la chioma di Pantelleria le sue rocce laviche sono diventate più nere e le vigne dei passiti sono diventate oro nero. L’odore di legno bruciato di Pantelleria è lo stesso della pipa appena spenta di mio padre, quella in cui il legno assorbiva il tabacco, il fumo s’insinuava nelle venature del legno forte, quello che non teme di essere bruciato e aspirato. Pantelleria è un luogo comune in cui cadere è facilissimo. Il suo verde non esiste. Il suo concetto di natura feroce è l’attesa, quella dell’uva che invecchia al sole e dà vita al siero di eterna ubriacatura, il passito.

 

A Pantelleria gli scogli ospitano i fichi d’india ma con solenne distacco, le sue mani calde sono quelle di un mare blu che non ha eguali. Non è azzurro: è blu, perennemente blu. Il blu è così bello che è inaccessibile. Il verde è così raro che lo troverete a squarciare montagne scovate dalla barca: un verde che ha tutta la grazia di una pietra dura preziosa. Solo nascosta su pareti alte quaranta metri. Il verde di Pantelleria è quello che rende felice un motociclista cresciuto a due tornanti dalle colline del Chianti che sa sorprendersi ai piedi della Grande Montagna mentre guida un motorino scassato e scova vigne su vigne, tenute su tenute, apparentemente abbandonate da secoli. A Pantelleria il vento fa il suo giro (cit. Ken Loach) perché vi porta in giro, non vi darà sosta, piegherà cespugli crespi come capricciose dive del soul e farà venire il mal di testa. Gonfierà le tempie e vi chiederà di tornare. Più innamorati di prima.

 

A Pantelleria il verde è quello che si chiama cappero: un gusto aspro o dolce, a seconda del momento della giornata in cui lo mangerete. A Pantelleria il verde è quello che insegui per le strade che non conosci, tra serpenti neri come la pece e tramonti in cui imparare a riconoscere il rosa che esiste in natura e non esiste nella vita fatta di metropolitane e pelle secca. A Pantelleria le milanesi da radicali libere sono di casa. Hanno dammusi come magioni, hanno sentieri costellati di amici che arrivano, visitano e siestano. Ma non vinceranno: non vi è colonizzazione nell’isola più colonizzata del Mediterraneo. I fenici la chiamavano Yrnm, l’isola degli uccelli starnazzanti, i romani diffusero i loro bagni termali come degna sepoltura della loro libido. E Pantelleria ospitò tutto con pazienza e sagacia: essere una spugna di culture da far eruttare attraverso i suoi principi vulcanini.

 

A Pantelleria intoni canzoni che non conosci, mangi sardine in scatola mentre guardi che rientrino le barche azzurre dal porto di Scauri, ascolti il vento fischiare e inizi a dormire alle nove di sera, ti tuffi alle sette di mattina e non hai ancora capito dove guardare l’orizzonte per trovare la vicina Tunisia. Dai fari di Pantelleria nascono idee libere, dalle terre baciate con troppa veemenza dal sole spuntano i diamanti per cous cous di verdure. A Pantelleria ordini un occhione per assaporarlo la prima volta, ricordarlo, tornare a mangiarlo con i piedi nudi e la pelle scottata, magari dopo aver grigliato il pesce sotto a un temporale estivo. Il verde di Pantelleria è nel suo equilibrio scostante e pericoloso: quello del primo e ultimo amore.

VII EDITORIALE

TRACCE

Di questo impasto di storie e geografie, terre ed acque, miti e tradizioni ancestrali che possiamo definire perenne Mediterraneo, ciascuno di noi porta dentro di se piccole ed ineluttabili tracce. Sono segni sotto pelle, solchi e sfaccettature del nostro carattere, incisioni nella memoria familiare di noi Italici pellegrini. Sono evidenti, per chi le sa indagare, le impronte che questo Blu ha impresso nella nostra quotidiana maniera di esistere.

Si, è vero. Sempre più  ci rintaniamo cullati dai nostri I-phone,  ad ascoltare il Brit Pop del Duca Bianco e dei suoi epigoni.

Ammettiamo anche che siamo in perfetto sincrono con i romanzi e i serial americani, concepiti per ipnotizzarci con la loro sequenza compulsiva di fotogrammi sgranati e dettagli anatomopatologici ed urbani ad alta risoluzione. Ma siamo sinceri;  in fondo non abbiamo mai smesso di porgere l’orecchio e l’anima al canto mieloso e provocante che dalle sirene di Ulisse in poi ha prodotto le mille sonorità avvolgenti del Med blues; non abbiamo mai abbandonato del tutto la saga dell’eroe di Itaca che, trasfigurato in nuovo eroe, alla Montalbano, continua ad errare dentro scenografici paesaggi di architetture di pietra e tufi, chiazze di ulivi e lentisco, sabbie e schiuma di mare, intento a sgarbugliare l’eterno nodo dell’uomo in cerca della sua essenza.

E’ nel nostro istinto continuare ad indagare il senso dell’appartenere a questo destino, inseguirne le tracce, siano culturali e filosofiche, letterarie e artistiche. Come ben sappiamo, i segni lasciati presumono l’ esistenza di qualcuno o di qualcosa che vi ha appoggiato con forza la propria orma, come l’aratro sul terreno. Tracce dunque come presenza, passaggio e segnale di cui siamo portati a rilevare, indagare, inseguire le trame. Materiali documentali e testimoni del tempo passato, le tracce possono anche essere immaginate come le linee preparatorie di un nuovo dipinto, una sinopia sulla quale provare ad affrescare un possibile futuro, sostenibile, giusto e gratificante, per tutti noi, che animiamo le scene mediterranee.

VI EDITORIALE

THE HOSPITALITY GALLERY

Le gallerie d’arte sono il luogo privilegiato dell’incontro tra le opere ed i collezionisti, dove convergono conoscenza, competenza e ricerca; il valore degli autori rappresentati e proposti è garantito dall’unitarietà e dalla coerenza del lavoro del curatore, dalla sua sensibilità e visione, dalla sua intuizione e passione.
Analogamente abbiamo immaginato il progetto di SCENE MEDITERRANEE come una galleria che ospita nuove prospettive sulla nostra identità mediterranea: abilità, idee, pensieri e sperimentazioni che possano costituire rinnovata linfa per l’evoluzione e la sostenibilità di un saper immaginare e saper fare italiano che si è generato in un perenne scambio circolatorio tra millenarie culture, tradizioni e territori.
In questa prospettiva, l’allestimento mira a rendere visivo e tattile il concept che anima il sito web di SCENE MEDITERRANEE, strutturato in 5 categorie tematiche che esplorano le diverse matrici dell’unicum mediterraneo italiano attraverso i contributi di artisti, scrittori, imprenditori, fotografi, maker, designer e chef, che fin dall’inizio hanno arricchito questo progetto.
Saranno proposti cinque piccoli racconti visivi, moodboard di opere, oggetti e suggestive fotografie lungo le pareti della galleria. Al centro dello spazio invece si darà risalto alle collezioni editate da SCENE MEDITERRANEE attraverso la collaborazione con qualificate aziende e storici laboratori artigianali Made in Italy.

V EDITORIALE

RADICALMENTE SEMPLICI

Sappiamo essere radicalmente semplici?
Sappiamo riconoscere dove inizia la terra e dove inizia il nostro corpo? Cambiano le stagioni ma lo spazio che delimita le nostre azioni no, quello rimane intatto nella sua onestà. Da qui vogliamo partire per questo nuovo viaggio: sotto alla terra, tra quel limbo dove tutto si nasconde, lì ci sono le nostre radici. Da divorare nei piatti, o da ricercare per passaporti emotivi. La tendenza foraging conquista le cucine del Nord: si tratta di mangiare ciò che raccogliamo spontaneamente. Ciò che, spontaneamente, esiste.

Ecco perché RADICALMENTE SEMPLICI è il punto di ritorno: stravolgiamo le sovrastrutture e torniamo all’origine. Sia essa fatta da un arco nel cielo che assicura il tetto per dormire, sia dato da un sapore così intenso che sappiamo riconciliarci con il nostro passato, anzi, lo desideriamo. Un passato che vive in noi e in noi ha modo di perpetuarsi, migliorando, modificandosi. Chiediamo ai nostri contributors di condividere le loro radici. Tornare più animali che scavano la terra per sentire la gravità. Non discendiamo da qualcosa di diverso: discendiamo dalla nostra terra.

IV EDITORIALE

MEDITERRANEO SACRO

Cosa vi è di più sacro della clausura? Cosa vi è di più profano del desiderare di entrare in uno spazio consacrato? Lo skyline del nostro Paese si compone di guglie e campanili. Vette innevate e promontori. Così ai castelli rispondevano i monasteri, ai luoghi appuntiti di eremiti rispondevano affondi rocciosi nel mare.  Il sacro profano è questo: un tema caldo e vivissimo nella nostra storia italiana, fatto di potere e reclusione, silenzio e dichiarazioni tramite architetture sontuose, inclusive, segrete. Ecco che è il segreto a dettare la nostra curiosità in questa nuova avventura di  SCENE MEDITERRANEE. La curiosità per quegli orti che si celano tra le mura di monasteri antichi; la curiosità per quei misteri della natura che rendono un vino una sfida alla produzione massiva e alla mafia come rappresenta l’etichetta che ha il volto e la forza di Arianna Occhipinti. La curiosità di voler entrare nelle mura di un tempio di preghiera e pensiero: e trovarvi? Ma Sacro-Profano quando parliamo di Mediterraneo non è anche la necessità di santificare luoghi troppo abusati e mai riconosciuti come sacrali? Luoghi ritratti in foto capaci di stravolgere e ricordare. Luoghi che non appartengono a un ordine religioso ma sacri perché custodiscono i passi dell’umanità, il loro passaggio su questa Terra. E se il mare e le terre che sublima con il suo tocco, tornasse per natura Sacro? Lui che la mitologia e la natura hanno voluto rendere terreno fertile per altre, nuove, vite? E quando, invece, i vecchi  conventi sono diventati luoghi aperti alla più lasciva delle arti: l’ozio, come testimoniano alberghi e resort che trovano spazio in queste antiche dimore dell’anima? Ma a divenire il nostro filo d’Arianna in questo lungo, piccolo, viaggio tra Sacro e Profano è ancora una volta il cibo: arte del palato e peccato di gola che può nascere da mani di clausura ma finire nelle bocche dei più viziosi. Nata da un segreto e profanata da un desiderio quasi primordiale. Il cibo è questo: non conosce ordine religioso ma si rifugia nella cavità sacrale di ognuno di noi per diventare strumento di Credo.