V EDITORIALE

RADICALMENTE SEMPLICI

Sappiamo essere radicalmente semplici?
Sappiamo riconoscere dove inizia la terra e dove inizia il nostro corpo? Cambiano le stagioni ma lo spazio che delimita le nostre azioni no, quello rimane intatto nella sua onestà. Da qui vogliamo partire per questo nuovo viaggio: sotto alla terra, tra quel limbo dove tutto si nasconde, lì ci sono le nostre radici. Da divorare nei piatti, o da ricercare per passaporti emotivi. La tendenza foraging conquista le cucine del Nord: si tratta di mangiare ciò che raccogliamo spontaneamente. Ciò che, spontaneamente, esiste.

Ecco perché RADICALMENTE SEMPLICI è il punto di ritorno: stravolgiamo le sovrastrutture e torniamo all’origine. Sia essa fatta da un arco nel cielo che assicura il tetto per dormire, sia dato da un sapore così intenso che sappiamo riconciliarci con il nostro passato, anzi, lo desideriamo. Un passato che vive in noi e in noi ha modo di perpetuarsi, migliorando, modificandosi. Chiediamo ai nostri contributors di condividere le loro radici. Tornare più animali che scavano la terra per sentire la gravità. Non discendiamo da qualcosa di diverso: discendiamo dalla nostra terra.

IV EDITORIALE

MEDITERRANEO SACRO

Cosa vi è di più sacro della clausura? Cosa vi è di più profano del desiderare di entrare in uno spazio consacrato? Lo skyline del nostro Paese si compone di guglie e campanili. Vette innevate e promontori. Così ai castelli rispondevano i monasteri, ai luoghi appuntiti di eremiti rispondevano affondi rocciosi nel mare.  Il sacro profano è questo: un tema caldo e vivissimo nella nostra storia italiana, fatto di potere e reclusione, silenzio e dichiarazioni tramite architetture sontuose, inclusive, segrete. Ecco che è il segreto a dettare la nostra curiosità in questa nuova avventura di  SCENE MEDITERRANEE. La curiosità per quegli orti che si celano tra le mura di monasteri antichi; la curiosità per quei misteri della natura che rendono un vino una sfida alla produzione massiva e alla mafia come rappresenta l’etichetta che ha il volto e la forza di Arianna Occhipinti. La curiosità di voler entrare nelle mura di un tempio di preghiera e pensiero: e trovarvi? Ma Sacro-Profano quando parliamo di Mediterraneo non è anche la necessità di santificare luoghi troppo abusati e mai riconosciuti come sacrali? Luoghi ritratti in foto capaci di stravolgere e ricordare. Luoghi che non appartengono a un ordine religioso ma sacri perché custodiscono i passi dell’umanità, il loro passaggio su questa Terra. E se il mare e le terre che sublima con il suo tocco, tornasse per natura Sacro? Lui che la mitologia e la natura hanno voluto rendere terreno fertile per altre, nuove, vite? E quando, invece, i vecchi  conventi sono diventati luoghi aperti alla più lasciva delle arti: l’ozio, come testimoniano alberghi e resort che trovano spazio in queste antiche dimore dell’anima? Ma a divenire il nostro filo d’Arianna in questo lungo, piccolo, viaggio tra Sacro e Profano è ancora una volta il cibo: arte del palato e peccato di gola che può nascere da mani di clausura ma finire nelle bocche dei più viziosi. Nata da un segreto e profanata da un desiderio quasi primordiale. Il cibo è questo: non conosce ordine religioso ma si rifugia nella cavità sacrale di ognuno di noi per diventare strumento di Credo.

III EDITORIALE

MARE D’INVERNO

Cosa differenzia un’enorme distesa bianca di ghiaccio da una piatta distesa di acqua salata? Cosa fa si che una delle due sia associata con la stagione invernale e l’altra con quella estiva? La nostra percezione dello spazio. Di quello che vediamo. Di quando lo vediamo. Il mare d’inverno è una contraddizione antica, gotica, pop, addirittura italiana. E’ fuori luogo, noiosa, quasi vuota perché priva di quelle persone che troviamo ammassate sulla sabbia, oppure ordinatamente cinte nel cerchio dato dalle righe baiadera dell’ombrellone. Ma d’inverno che ne è di quella brama di mare che ingorga il Mediterraneo? E’ davvero solo colpa del freddo? Lo abbiamo chiesto a fotografi quanto a cuochi: e quello che ci è giunto in questa nuova edizione di Scene Mediterranee è un emisfero cerebrale di sensazioni purissime, dove la salsedine si riprende finalmente il suo spazio sulla sabbia, specie quando quest’ultima è coperta dalla neve come ci ricorda una grande citazione a Luigi Ghirri i cui mari su pellicola parlano di un Adriatico totalmente in balia della brutta stagione. Il Mediterraneo non si ferma: il Mediterraneo esiste anche quando non ce lo ricordiamo. Tanto nella sua massa di acqua salata quanto nel suo concetto di materia tradotta in laboratori, artigiani, insaporitori del nostro palato con primizie che, soprattutto, d’inverno, raccontano di avventure freschissime. Ricordiamo che questo mare esiste, indomito e incattivito dalla natura che lo esige. Anche se noi ne siamo indifferenti.

 “Avete mai provato a mettere tutti in fila tanti sassi, quelli che hanno una riga bianca? Sulla spiaggia di Baratti assieme ai bambini abbiamo fatto una di queste righe, di sassi con la riga, che andavano dall’acqua fino ai cespugli attraversando la spiaggia. Poi ci siamo seduti a vedere la reazione della gente: solo pochissime persone l’hanno notata, alcuni la scavalcavano senza osservarla, altri hanno dato un calcio a qualche sasso, un cane si è fermato ad annusare i sassi. Il giorno dopo era parzialmente distrutta.”
II EDITORIALE

STRATIGRAFIE

La stratigrafia è la scienza che ci permette di conoscere il passato. Di analizzare le sue pietre che sovrapposte le une alle altre ci hanno portato a vivere nello spazio che ci appartiene. Partendo da questo concetto si apre la nuova stagione di Scene Mediterranee. Abbiamo chiesto ai nostri contributors di aiutarci a non terminare una stagione, quella Mediterranea, da cliché legata al clima e al sole, ma anzi di indagarla come antichi archeologi. E ancora: abbiamo chiesto loro di stratificare un mondo che sta in piedi in bilico tra oblio e massima bellezza. Per questo vogliamo rendere omaggio a Massimo Minini, gallerista, mecenate, illuminato dell’arte che ha realizzato un libro definibile quale stratigrafia dell’arte contemporanea: sono i Pizzini, piccoli scritti dedicati agli incontri con artisti che hanno cambiato l’Italia. Anche non essendo italiani. Alla sua straordinaria capacità descrittiva, che altro non è se non la scienza della stratigrafia applicata alla creatività degli uomini, dedichiamo questo editoriale richiamando alcuni, folgoranti, incontri di cui vi proponiamo alcuni estratti.

 “Ettore Sottsass mi piaceva perché abitava a Filicudi, perché disegnava con una facilità incredibile e con grande fecondia, perché girava il mondo con bastoncini, spago e bandierine per montare e fotografare architetture del sogno e del bisogno. Ci siamo visti spesso, parlava con grande tenerezza, non se la prendeva con nessuno, come fanno alcuni grandi che praticano la modestia essendo arrivati sulla vetta.”
“Dan Graham oltre a essere uno dei pionieri dell’arte concettuale americana, è un amico. Me ne sono occupatz con grande affetto per anni, quando era ammalato e considerato un artista svitato. Poi è guarito e ora passa per uno dei grandi. Parla solo di architettura, del Papa, dei gatti e dei segni zodiacali. Abbiamo fatto lunghi viaggi in automobile in Italia. Lui dormiva e io guidavo. Ma ogni tanto apriva un occhio e lanciava una battuta fulminante. Aveva visto tutto. Aveva capito tutto. Non aveva affatto dormito.”
I EDITORIALE

CARTOLINE MEDITERRANEE

Il Mediterraneo è concreto: non è una distesa d’acqua azzurra senza forma, senza limiti, senza profili.
E’ una sequenza di sensazioni che, principalmente, potremmo definire tattili. Tocchiamo l’acqua, attraverso i sensori che siamo soliti definire piedi: avvertiamo quelle rocce bitorzolute e al contempo lisce. Affondiamo le labbra in un frutto che lascerà correre il suo succo lungo il nostro collo.
La salsedine risale le nostre narici e sonnecchia nei polmoni.Non è aria: è mare.
Il Mediterraneo è sempre stato tattile, ha sempre narrato di colori purpurei pescati dai mari e poi sciolti sugli abiti, su tele che imbandivano tavole principesche. Il Mediterraneo italiano, poi, è quella percezione della fine della terra ferma e dell’inizio delle esplorazioni. Noi, italianissimi architetti dei nostri spazi, ci sediamo a guardare quell’azzurro mare con le mani che annaspano tra mirti e aghi di pini. Farà male? No, è la necessità di toccare questo limbo di terra da cui tutto è nato, da cui tutto ritorna. Ci sono angoli che non conosciamo pur avendoli visti centinaia di volte, faraglioni che non crediamo reali, stagliati lì perfettamente nel blu cobalto, e che, invece, sono diventati i totem di roccia della nostra cultura. Cultura di cui riappropriarsi con l’uso, sempre più consapevole e legato a questo mondo di materia: un vassoio da trattenere tra le mani, sentendone il peso di quello che porta e di chi l’ha costruito, una scatola che cela una stagione e la ripropone ogni qualvolta si levi il coperchio. Il Mediterraneo è concreto, non ha vuoti d’aria: è pura costruzione di bellezza.